La Ruota dell’Anno Celtico

Oggi il termine “celtico” è associato quasi esclusivamente a qualcosa proveniente da zone europee ben precise: Irlanda, Scozia, Galles, Bretagna. E generalmente, nel sentir nominare questo aggettivo, la nostra mente vola subito a simboli quali il trifoglio, il cappello verde di San Patrizio, “fanciulle dai rossi capelli”, croci dalle forme curiose o intrecci di linee che tutti abbiamo visto almeno una volta ma di cui spesso non ne conosciamo il significato.

Ma chi erano davvero i Celti? Erano un gruppo di tribù che in archeologia vengono identificate con la cultura di La Tène (Francia), sviluppatasi intorno al 520 a.C. dalla precedente cultura Hallstatt (Germania). Il loro nome compare per la prima volta nel 500 a.C. negli scritti del geografo greco Ecateo di Mileto come Kéltai, trasformato poi in Celtae dai latini e diventare Galli ad opera dei Romani.

Perchè nel nostro Appennino (Appennino delle Quattro Province) abbiamo luoghi di insediamento celtico? Nel 300 a.C. i Celti iniziarono a valicare le Alpi, arrivando in Pianura Padana e poi in Appennino, dove si mescolaroro con le popolazioni locali dando origine a tribù come gli Insubri, i Taurini o i Celto-Liguri. E’ proprio da questi ultimi che ha origine parte della nostra storia ed è il motivo per cui abbiamo deciso di riscorprire luoghi e tradizioni di questo popolo.

Cos’è la Ruota dell’Anno

E’ un’antichissima forma di calendario, di origine pagana e in uso tra le popolazioni celtiche, così chiamata perché segna il ciclo delle stagioni durante l’anno e scandisce ritmi, energie, ricorrenze e rituali tramandati di generazione in generazione dai tempi più antichi. Gli 8 Sabbat dell’anno – 4 legati a solstizi ed equinozi, più 4 intermedi tra solstizio ed equinozio – erano i cosiddetti “momenti di passaggio” e per questo considerati sacri e celebrati. La Ruota, nell’arco dell’anno, ripercorre non solo le stagioni ma anche il viaggio della vita e il ciclo del chicco di grano: nascita – crescita – invecchiamento – morte (per poi rinascere nuovamente). Questi giorni speciali permettevano all’uomo di entrare in contatto con le forze cosmiche, particolarmente potenti in queste ricorrenze, per creare un vero e proprio scambio tra uomo e universo.

Ricorrenze celtiche

Tratto da “L’anima del grano” – I quaderni di SoulFarm.

La scansione del tempo nel calendario è una danza annuale che ciclicamente, e in eterno, ritorna in un dialogo tra sacro e profano: il ciclo dell’anno, il ciclo della vita, il ciclo del lavoro e del riposo. La ruota ripercorre il tempo della Natura e dell’uomo che la abita.

31 Ottobre – Samhain

E’ il Capodanno Rurale, nonchè ultima delle tre feste del raccolto; segna la fine di un ciclo e l’inizio di quello successivo, la fine del mondo (anno vecchio) e l’inizio di una nuova era (anno nuovo). E’ un momento delicato, celebrato da sempre come un momento legato al passaggio tra luce e ombra, tra regno dei vivi e regno dei morti; una notte per onorare e ricordare il legame tra Terra e Cielo, tra passato e presente.

Astronomicamente è identificata dalla levata eliaca di Antares ed è caratterizzata, a mezzanotte, dal passaggio a Sud delle Pleiadi.

20/22 Dicembre – Yule

Astronomicamente corrisponde al Solstizio d’Inverno, anticamente noto come festa del Sol Invictus, giorno in cui l’altezza massima del Sole all’orizzonte è la più bassa di tutto l’anno e il suo arco in cielo è il più breve.

Per questo la festa di Yule celebra il picco delle forze di ombra che preludono alla rinascita delle forze di luce (il Sole).

2 Febbraio – Imbolc

E’ la festa del ritorno alla luce e non a caso è divenuta la festa delle candele (Candelora) e della benedizione della gola per San Biagio (3 febbraio). Si celebra la fine del periodo di riposo della Netura e dell’uomo. E’ collegata ad una delle feste cristiane più amate, Santa Brigida, patrona della birra.

Astronomicamente è identificata con la levata eliaca di Capella.

19/20 Marzo – Ostara

Eoster non a caso richiama il nome inglese della Pasqua, Easter, ed è caratterizzata dai simbolismi della vita che riparte, della fertilità (conoglio/lepre, uovo, ecc). Il 25 marzo la religione cristiana celebra l’Annunciazione a Maria.

Astronomicamente corrisponde all’Equinozio di Primavera.

1° Maggio – Beltane

Storicamente è una delle feste legate alle stagioni più diffusa tra i vari popoli europei. E’ caratterizzata ovunque dalla presenza della luce (come ad esempio il fuoco), di danze e di fiori (il raccolto della Primavera). E’ chiamata anche Calendimaggio.

Astronomicamente è identificata dalla levata eliaca di Aldebaran.

19/22 Giugno – Litha

E’ la celebrazione dell’apice della potenza della luce e prelude al progressivo abbassamento dell’altezza del Sole. Nelle ricorrenze cristiane in questo periodo troviamo San Giovanni Battista, il 24 Giugno, festa caratterizzata non a caso da falò, erbe magiche e danze.

Astronomicamente corrisponde al Solstizio d’Estate e tantissimi monumenti antichi sono ad esso orientati.

1° Agosto – Lughnasadh

E’ la prima delle tre feste del raccolto, che celebrano il grano e la sua trasformazione in farina e poi in pane; per questo è chiamata anche Festa del Pane o Festa del Grano. Il dio Lugh, spesso identificato con il Sole, viene sacrificato sottoforma di grano, covone, pane.

Astronomicamente è identificata dalla levata eliaca di Sirio, la stella più luminosa della volta celeste notturna.

21/23 Settembre – Mabon

Correlata al dio celtico Maponos e all’Apollo Maponus romano, è la seconda delle tre feste del raccolto; è una celebrazione di ringraziamento e di condivisione, all’insegna dell’equilibrio tra luce e ombra che caratterizza questo giorno.

Astronomicamente corrisponde all’Equinozio d’Autunno.

costa pelata tramonto

Se vuoi scoprire di più sulle origini di questo popolo, sulle loro tradizioni e su quanto delle nostre ricorrenze trovi origine nei tempi antichi, vieni con noi!

Dal 2020 proponiamo ogni anno un viaggio di (ri)scoperta lungo un anno, attraverso appuntamenti condivisi con Elilu Agricultura Familiare per gustare anche i sapori della tradizione con un pic-nic a km0 diverso per ogni occasione.

Puoi scaricare il programma dell’anno dei Trekking della Ruota – troverai i dettagli di ogni uscita nel nostro calendario – e i laboratori abbinati che si terranno a Castelnuovo Scrivia (AL) presso l’Agriturismo Mangià ad Campagna di Elilu.

Ti aspettiamo!

 

Giorgia Ricotti – Wild Trek Team

Foto: © Wild Trek – Avventure in cammino

I colori del letargo

Siamo tutti convinti che la stagione autunnale, quella cioè che noi associamo ai colori sgargianti e alla caduta delle foglie, inizi con lo scadere dell’Equinozio d’Autunno (21-22 Settembre); ma la dura verità è che l’autunno, nel regno vegetale, inizia ben prima.

Camminando tra i boschi in estate inoltrata, già si può notare qualcosa di diverso. Il verde brillante che colora le chiome tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate ha lasciato il posto ad un verde sbiadito, tendente al giallo pallido. Come per noi, si ha l’impressione che gli alberi si abbandonino alla stanchezza di una stagione intensa, per cui ora è necessaria una pausa.

vallee claree foliage

Anche le piante vanno in letargo

Sappiamo tutti che gli animali vanno in letargo, ma forse non sappiamo che anche le piante lo fanno. Un orso bruno nella stagione estiva e fino all’inizio dell’autunno ha una vita molto indaffarata, deve accumulare uno strato di lardo a sufficienza per attingervi durante il lungo inverno. Gli alberi non si rimpinzano di bacche e salmoni, ma mettono in atto la medesima strategia: fanno il pieno di sole, necessario per produrre zuccheri e altre sostanze di riserva da immagazzinare nella loro “pelle”.

A differenza dell’orso bruno un albero non può ingrassare, quindi dove mette il “grasso” che accumula? Anche in questo caso la pianta mette in atto un meccanismo molto simile a quello di un animale: riempie più che può i suoi tessuti di sostanze nutritive, fino a quando non è sazia. Questo è uno dei motivi per cui già a fine agosto alcune piante (come il ciliegio selvatico o il sorbo) si tingono di rosso; pur potendo godere ancora di belle giornate di sole in cui fare scorta, decidono di chiudere bottega perché già hanno già fatto il pieno. I loro serbatoi, posti sotto la corteccia e nelle radici, sono già pieni e non è necessario accumulare altro, a differenza dell’orso bruno che invece continua a rimpinzarsi fino a data da destinarsi. Non tutte le specie hanno serbatoi di egual misura, motivo per cui non tutte le piante chiudono bottega nello stesso momento. Alcune hanno serbatoi talmente grandi da riuscire “a mangiare” – cioè fare fotosintesi – fino alle prime gelate.

Perché vanno in letargo

Tutti sappiamo che le piante hanno bisogno di acqua per vivere e che, all’interno del tronco, scorre la linfa (composta per la maggior parte da acqua). Potremmo paragonare la linfa al nostro sangue e, pensando a cosa può succedere a noi in condizioni di freddo estremo, possiamo già capire perché anche le piante hanno dovuto trovare una strategia per sopravvivere al freddo. Il motivo principale del loro letargo è la presenza di acqua nei vasi linfatici; per consentire alla pianta di lavorare l’acqua deve essere allo stato liquido, cosa non facile con l’arrivo delle prime gelate. Se il “sangue” di una pianta gela tutto smette di funzionare, proprio come nel corpo umano. E così come per noi la pelle bagnata, al freddo, aumenta le probabilità di congelamento, anche l’albero deve tenere asciutta la propria corteccia, per evitare che l’acqua al suo interno geli e scoppi come un tubo dell’acqua; per questo la maggior parte delle specie inizia a ridurre l’umidità del tronco già da fine luglio.

Perché le foglie cambiano colore

Prima di mettersi in “modalità invernale” le piante hanno ancora un po’ da fare. Non solo devono fare il pieno di energia sfruttando fino all’ultimo le giornate di sole, ma devono anche far tornare le sostanze di riserva al tronco e alle radici, prendendole dalle foglie. Per fare questo il pigmento verde – la clorofilla – viene scomposto, per permettere alla pianta di averlo a disposizione la primavera successiva quando nasceranno le nuove foglie. Togliendo la clorofilla dalle foglie restano solo i colori reali, giallo e marrone. Si può dire che anche la pianta fa una sorta di “cambio armadio”, portando in cantina il costume bagno ormai inutile per poi sfoggiarlo l’anno successivo (e dopo la dieta). I colori tipici del foliage sono anche un chiaro messaggio per gran parte degli abitanti del bosco, ma questa è un’altra storia.

Perché le foglie cadono

La domanda sorge spontanea: ma perché tutta questa fatica ogni anno?

Ci sono piante, come le conifere, che ci dimostrano ampiamente che si può sopravvivere al freddo e al gelo senza perdere nemmeno una foglia. Hanno sviluppato un antigelo all’interno degli aghi, gli aghi si coprono di cera per non disperdere l’acqua, hanno inspessito la loro pelle, infossato gli stomi e tutto questo permette loro di sopravvivere anche a quote elevate, sotto la neve per mesi. Pur essendo in grado di sopravvivere al gelo, hanno però radici che poco si adattano al terreno fradicio dell’inverno, rischiando spesso di essere sradicate dai forti venti. E l’inspessimento del tronco o dei rami non aiuta a fronteggiare vento e neve ghiacciata depositata sui rami (nonostante la struttura a cono).

Il fogliame invece, quello cioè tipico delle latifoglie, è morbido, delicato, sottile e praticamente indifeso. Ma è solo apparenza perché perdere le foglie (quindi non doverle alimentare e proteggere durante tutto l’inverno) gli consente di mantenere un tronco molto più flessibile per resistere alla furia dei venti e un apparato radicale molto più resistente. Il tappeto di foglie che si forma ai loro piedi poi, gli permette di attutire i danni della neve e del gelo producendo anche un sottobosco fertile per l’anno successivo. L’insieme di queste caratteristiche ci dimostra che in inverno, alle latifoglie, non può accadere nulla.

Le latifoglie sono relativamente recenti, comparse sulla Terra solo 100 milioni di anni fa, mentre le conifere esistevano già 170 milioni di anni prima. Questo ci insegna che chiudere le tende da sole in inverno, forti del fatto che le fondamenta terranno in piedi la villetta e veranda, si sta rivelando molto più conveniente dell’antigelo. Ogni inverno superato è la dimostrazione che la caduta delle foglie è un’efficace misura di protezione per tutte quelle specie che vivono in un clima come il nostro, caratterizzato cioè da inverni rigidi ed estate calde.

E poi.. perdere le foglie per le piante è un po’ come per noi “andare in bagno”. Riportando le sostanze nutritive alle radici, nelle foglie restano solo gli scarti e le sostanze superflue – che invece sono molto utili al terreno su cui le foglie cadranno. Quello che a noi sembra un processo passivo, che suscita quasi tristezza, è in realtà un processo attivo e necessario. Una volta trasferito il nutrimento al fusto, la pianta costruisce una vera e propria barriera che recide il collegamento con i rami, motivo per cui è necessario che l’albero non sia ancora in letargo. Fatto ciò l’albero può finalmente “mettersi a dormire” per l’inverno, lasciando ciò che resta delle sue foglie in balia della gravità e del vento.

La Cenerentola delle conifere

Se siete abituati a camminare in montagna vi sarete resi conto che, in tutto quello che ho detto finora, qualcosa non torna. Tra le conifere ce n’è una molto speciale, capace di perdere i suoi aghi dopo essersi vestita d’oro: il larice.

Finora ho “maltrattato” le caratteristiche adattive delle conifere, enfatizzando il fatto che non sempre tenere le foglie in inverno è un’idea geniale, ma il larice ci mostra che tutto è possibile e che la gara evolutiva forse è appena iniziata. Tenere gli aghi da un vero vantaggio solo in primavera, perché possono far ripartire la fotosintesi senza la scocciatura di dover germogliare.

La verità è che tutte le conifere perdono le foglie, anzi gli aghi, ma non li perdono tutti insieme e non necessariamente in autunno. Lasciano cadere quelli danneggiati, quelli più vecchi o inutili. Dopotutto, anche i pini e gli abeti devono andare in bagno! Lo fanno solo con più discrezione e meno fantasia.

L’orologio del foliage

Come per gli animali anche le piante hanno un loro “carattere” e non tutte scelgono di andare in letargo nello stesso momento. Anche l’età conta, a parità di specie i giovani alberi si comportano un po’ come adolescenti ribelli. Ad esempio, l’Ontano si dice che ostenti le proprie ricchezze, perché lascia cadere le sue foglie ancora verdi, come se il domani non fosse un suo problema. Vivono su terreni ricchi e possono concedersi il lusso di non riciclare nemmeno l’azoto. Anche Frassino e Sambuco sono nella categoria degli “spreconi” che lasciano cadere le proprie foglie ancora verdi. Quindi non aspettatevi regali autunnali (al massimo un po’ di sciroppo), se volete fotografare il foliage non contate su di loro.

Solo gli esemplari che vivono “al risparmio” vi regaleranno colori sgargianti in autunno. Ad esempio, la Quercia è una specie così prudente da tenere da parte tutto, lasciando cadere solo foglie marroni. Il Faggio è il più generoso, riesce ad avere contemporaneamente tutti i colori, dal marrone al giallo. Anche Castagno e Acero danno soddisfazione. Ciliegio e sorbo invece (perdono le loro foglie quando sono rosse) prendono tutti in contropiede essendo i primi a virare; già tra fine agosto e inizio settembre sono pronti a tingersi, anche se le foglie le perderanno un po’ più in là. Spiccando nel dorato della prateria e ci ricordano che l’autunno è una scelta consapevole, non una condizione da subire. E poi c’è Cenerentola, il nostro splendido amico Larice: lui è quello che tiene botta fino all’ultimo, perché tanto in lui batte il cuore della conifera, quindi può permettersi di vestirsi d’oro quando tutti gli altri sono già nudi e addormentati.

 

Fonte: “La vita segreta degli alberi” – Peter Wohlleben 

Giorgia Ricotti – Wild Trek Team

Foto: © Wild Trek – Avventure in cammino

Dove ancora splende il sole

Da quando siamo tornati dal nostro viaggio alle Isole Lofoten attraversando parte della Scandinavia, spesso mi viene chiesto “ma cosa sei andata a fare fin lassù? Non c’è niente!” e quando rispondo sorridendo “Il bello è proprio questo!” buona parte delle persone mi guarda come si guarderebbe una persona un po’ suonata. Bè, un filino suonata la sono davvero, ma credo che in quel niente ci sia tutto ciò che serve ed è per questo che siamo partiti.

tramonto lofoten

Questa mattina, come sempre in preda al delirio della routine quotidiana, sfogliavo la mia pagina Facebook (come vedete siamo tutti un po’ rincoglioniti dai social) e ho letto questo pensiero. Ecco, mi sembra un buon riassunto per provare a spiegarvi quanto vale per me quel niente di cui tanto si (s)parla, a cui non siamo più abituati e che a volte rifiutiamo per pigrizia o peggio ancora per scelta.

 “ La montagna offre all’uomo tutto ciò che la società moderna dimentica di dargli”

Da qualche anno a questa parte ho sempre la sensazione che la società moderna sia riuscita non solo ad allontanarci dalla natura, ma per certi versi a farci perfino credere che ormai la natura non serva più, a qualsiasi età e in qualsiasi contesto. Non so se capita anche a voi o se è solo il risultato di un “mix mentale” (o letale) tra la mia professione [neuropsicomotricista] e il mio modo di essere. Non so se è una fatica solo mia di stare al passo con i tempi o se è già diventata una reale difficoltà. Resta il fatto che per me è sempre più difficile, complice anche il lavoro che faccio, vedere bambini che non corrono più nei prati (‘perché poi si sporcano’), che non sanno quanto è bello uscire con gli stivali di gomma mentre piove (‘perché poi si ammalano’), che non sanno giocare a palla o saltare (perché ‘non c’è tempo di fare quelle cose’), che faticano a sviluppare il linguaggio (perché uno schermo non è una persona, anche se può fare tutto); ragazzini che senza tecnologia sono persi (perché ‘senza telefono cosa faccio?’) o degli adulti che si parlano senza nemmeno guardarsi negli occhi.

scarponi mare

La sensazione è che nella vita di tutti i giorni non c’è più spazio per certe esperienze o certe emozioni, non c’è tempo per dare attenzione e sembra che l’unico modo per ritrovare quel naturale equilibrio tra uomo e ambiente sia “scappare” in montagna. Ma anche questo sembra non bastare, e sembra che anche l’ultimo luogo rimasto in cui è possibile vivere ancora la natura, aprendo la mente e ritrovando una parte di noi che sembra perduta, sia minacciato. Sì perché ormai la montagna sembra questo, l’ultimo luogo dove poter vivere se stessi e gli altri, dove un bambino può ancora sporcarsi col fango, costruire una torre con i sassi, correre nei prati e fare mille domande su ciò che accade attorno a lui e dove un adulto può ancora dedicare del tempo ad un bambino; l’ultimo luogo dove ancora si può andare con calma, dove ancora si parla e ci si saluta con la voce, dove non servono i social per condividere un’emozione, dove bastano un sorriso o uno sguardo per sentirti a casa anche se si è lontani da casa; un luogo dove esistono persone e non cose, un luogo dove tutto questo è naturale e dove la natura, con tutto ciò che racchiude, è un diritto di tutti e non un privilegio di pochi.

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Esatto, avete capito bene, un diritto di tutti. Nei Paesi scandinavi esiste perfino un codice di comportamento, che non è solo un fatto di salvaguardia dell’ambiente ma è un modo di essere e di vivere. Si chiama The Right to Roam, in italiano potremmo tradurlo come il Diritto di Pubblico Accesso, una sorta di elenco di regole di comportamento per vivere in natura nel rispetto di tutti, cose e persone.

La verità è che nei Paesi scandinavi non hanno bisogno di vedere queste regole su un pezzo di carta per doverle rispettare, è una cosa che fa parte di loro, è un modo di vivere ed è talmente radicato nel profondo di queste persone che, sedendoti sulla spiaggia di Haukland (Lofoten) per preparare la cena accanto ad un gruppo di coetanei, ti senti quasi in imbarazzo.. Perché non sei più abituato a tutto questo e nemmeno a comportarti in un certo modo, a vivere in un certo modo. E viene da sorridere pensando a quanto tu ora devi “concentrarti”, mentre per loro è ancora assolutamente naturale come lo era per te quando giocavi in giardino da bambino.

Molti mi hanno detto “..eh per forza, non hanno niente qualcosa devono inventarsi!”. Bè, se il vostro niente è solo la mancanza di tecnologia, vi assicuro che non è questo il motivo. Sappiate che hanno tecnologia a sufficienza per farci impallidire, la differenza è un’altra (ben più importante); cioè che a differenza nostra sanno come e quando usarla, ed è meraviglioso.

Non scorderò mai le sensazioni e i pensieri di quel pomeriggio sulla spiaggia, dove sono stata per ore (nonostante il freddo e le nubi basse) ad osservare le persone. Il prato era pieno di tende, le tende erano piene di persone, le persone avevano un’età compresa tra i 6 mesi e i 70 anni. C’era un tempo pessimo ma nessuno se ne preoccupava, c’erano grandi e piccini ma nessuno limitava l’altro, c’erano tante persone ma nessuna di loro aveva in mano un telefono o si lamentava di qualcosa. Se fossimo stati in un qualsiasi altro Paese, ci sarebbe stato un casino tremendo e come minimo altrettanto disordine (per non dire sporcizia), ci sarebbero state persone che alla prima goccia di pioggia sarebbero scappate o avrebbero tenuto il broncio per un giorno intero. Lì no, c’era solo pace. Quella pace che ti attraversa, quella pace che ti fa ricordare cosa ti manca davvero, quella pace che non è fatta di nudo silenzio ma di silenziosa armonia tra cose e persone; quella pace che ti fa scendere una lacrima sulla via del ritorno, che ti riempie il cuore nel vedere una mamma seduta nell’erba, a piedi scalzi, che gioca con il suo bimbo (di neanche 1 anno) senza preoccuparsi d’altro e che pur di avere quell’opportunità ha fatto 12 volte avanti e indietro dall’auto per scaricare il necessario (con l’aiuto del figlio più “grande” che ad occhio e croce aveva 4 anni); quella pace che ti fa sentire a casa anche dall’altra parte del Mondo, quella pace che ti fa bastare un sorriso sincero e che ti fa sentire accolto anche dove non conosci nessuno, quella pace in cui ci si capisce meglio parlando lingue diverse perché devi usare la voce del cuore; quella pace fatta di sorrisi, parole e silenzi mai fuori posto; quella pace che ti concede tempo per un tramonto, per pescare, per leggere un libro o per una canzone attorno al fuoco; quella pace sospesa tra il tempo atmosferico e il tempo del corpo, dove tutto è sentire e non per forza fare.

Non so voi, ma se questo è il niente di cui parla la gente allora.. ho bisogno di niente, e quel giorno ho capito perché ero andata fin lassù (e perché ci tornerei al volo!).

Se non vi basta vi do un altro motivo, è il pensiero che ho scritto quando sono tornata a casa.

“ Dopo 25 giorni di vita su un camper, ogni giorno in un posto diverso e attraverso 5 Paesi con lingue e abitudini molto diverse, ho (ri)scoperto una cosa meravigliosa: sentirsi a casa in ogni dove, perché casa è dove si trova il cuore. Ti accorgi che qualcosa dentro di te è cambiato quando torni a casa, e aprendo la porta ti sembra di non riconoscere più quelle quattro mura che fino a qualche tempo prima ti sembravano l’unica sicurezza, le cose al loro interno non sembrano più tue e niente sembra avere lo stesso valore di quando sei partita. Potrà sembrare strano, ma per me è meraviglioso, perché vuol dire aver ritrovato la cosa più importante, te stessa, e la tua capacità di essere parte del Mondo e non di un mondo soltanto. Vuol dire aver ritrovato quello che stavi cercando, la felicità di essere “semplicemente” un passeggero della Terra e non una persona fatta solo di obblighi, doveri, responsabilità e modi di essere o di vivere. Sentirsi nessuno in un Paese che non conosci è bellissimo, ma sentirsi “straniero” a casa propria lo è ancora di più.”

Dopo tutto questo parlare, vi lascio un link https://www.rewildyourchild.co.uk . Già solo il nome fa riflettere, e a me personalmente riempie il cuore, è il mio modo per dire grazie a tutte le mamme-avventura che hanno ancora la voglia e il coraggio di essere così!

 

 

Giorgia Ricotti – Wild Trek Team

Foto: © Wild Trek – Avventure in cammino

Marzo amoroso

Fino alla metà di marzo inclina al sereno; dall’8 iniziano a soffiare i venti talvolta burrascosi (sono critici il 12, il 20, il 23, il 25 e il 29). Si comincia a sentire il tuono, quello che i contadini chiamano “tirare di primavera”: alcuni dicono che da dove arriva il primo temporale arriveranno anche quelli estivi.

Con il novilunio e il plenilunio di marzo, la stagione prenderà la strada della Primavera.

CONSIGLI: in Primavera scegli cibi leggeri e vino annacquato. Mangia broccoli, latte e cicoria. Evita ciò che riscalda quando è luna calante, quando soffiano il marino o lo scirocco e quando piove molto. Non ti alleggerire gli abiti, cammina lento, non stare fermo al sole e fai molto movimento.

MASSIMA DEL MESE: “Il buon amico nel mal si conosce”

PROVERBI DEL MESE: La neve marzolina dura dalla sera alla mattina – Marzo cambia 7 cappelli al giorno – Marzo pazzerello guarda il sole e prendi l’ombrello – Per S. Benedetto (21 marzo) la rondine è sotto il tetto.

Meteorologia contadina

Il 19 marzo, oltre ad essere San Giuseppe e la Festa del Papà, è il primo dei cosiddetti Nodi del Freddo, insieme al giorno dell’Incarnazione (25 marzo), al 10 aprile detto Nodo del Cuculo e al 25 aprile, detto Nodo di San Marco. Sono i giorni nei quali le temperature possono precipitare e far temere il ritorno dell’inverno.

Fiore del mese

La Primavera ormai è alle porte e nel mese di marzo sono molti i fiori a sbocciare, ma due in particolare ci dicono che l’Inverno ha i giorni contati.

Il Dente di Cane (Erythronium Dens Canis) o Giglio dei Boschi, è il primo ad “avvisarci” che la bella stagione è in arrivo. Le sue foglie verdi brillanti con macchie brunastre sono inconfondibili, quasi quanto la forma del suo fiore “appeso” a testa in giù! A guardarlo sembra non avere niente a che fare con il nome che porta, ma il toponimo “dente di cane” deriva dal fatto che il suo bulbo bianco ha una forma appuntita simile ad un canino. Molto più elegante è sicuramente l’appellativo Eritronio, cioè “di colore rosso”, tipico del suo fiore (che da noi in Appennino non rosso acceso ma rosato). Si pensa che l’espressione utilizzata nei libri ‘riuscirono a sopravvivere nei boschi mangiando semi e radici’ durante i racconti di carestie storiche, ci si riferisca a questa piccola pianta interamente commestibile.

erythronium
Erythronium dens Canis

L’Anemone Epatica (Hepatica Nobilis) o Fegatella, dalla corolla a sei petali di un colore che varia dal violetto al turchino e con foglie trilobate dal colore rossiccio che la rendono unica e inconfondibile!

Conosciuta già nell’antichità, perché legata al culto del vento (come ci dice già il suo nome, anemos = vento), divenne “famosa” nel Medioevo grazie alla Dottrina delle Segnature – antica forma di conoscenza che metteva in relazione organi umani ed elementi naturali, associati per affinità di forma, colore, funzione, ecc. Secondo questi principi, in virtù della somiglianza tra le sue foglie e il nostro fegato, gli erboristi del tempo le attribuirono proprietà medicamentose utili per la cura delle affezioni epatiche (da qui Fegatella o Anemone Epatica). Oggi a questa pianta sono attribuite solamente proprietà diuretiche, essendo della famiglia delle Ranuncolacee e quindi ad alta tossicità.

Hepatica Nobilis
Hepatica Nobilis

Ricorrenze

La prima ricorrenza del mese è l’8 marzo, ormai associato da anni alla Festa della Donna. Simbolo di questa festa è la famosissima mimosa. Il luogo d’origine di questa pianta è la Tasmania, isola a sud dell’Australia, ed è stata introdotta in Europa a partire dagli inizi del 1800. Il nome italiano, molto probabilmente, nasce dalla radice spagnola “mimar” (cioè accarezzare) termine che si collega alla sensibilità del mondo femminile. La mimosa in realtà è un’Acacia che però non è bianca (Acacia Dealbata) ma gialla. Il vero significato del nome è perciò un affascinante ossimoro molto affine alla personalità femminile: “candore non bianco”. Sembra un fiore fragile, ma in realtà la sua grande forza risiede nella capacità di attecchire anche in terreni difficili; una duplice caratteristica della pianta che rispecchia anche in questo aspetto i caratteri femminili.

Gli Indiani d’America regalavano un piccolo mazzo di mimose quando decidevano di dichiarare il proprio amore. Le ragazze inglesi erano solite appuntare un rametto di mimosa alla giacca per accentuare la propria femminilità. Gli Aborigeni australiani attribuivano alla mimosa proprietà curative e, ancora oggi, la pianta è usata in medicina, nelle diete e per creare decotti contro i sintomi delle malattie veneree, nausea e diarrea. In Africa le fan numero uno della pianta sono le giraffe che amano cibarsi di foglie di acacia e di mimose, tanto da poterne mangiare fino a 66 kg al giorno.

 

Seconda ricorrenza importante è il 19 marzo: giorno di San Giuseppe e Festa del Papà.

Giuseppe, uomo giusto e umile, discendente del re Davide fu scelto come marito per la giovane Maria, consacrata al tempio di Gerusalemme da bambina. Si dice che, quando Maria era ormai in età da marito, il sacerdote del tempio ebbe il compito di scegliere tra i pretendenti liberi della città. Tutti portarono al sacerdote il loro bastone e rimasero in attesa di un segno divino (che pare tardò ad arrivare); i bastoni allora furono riconsegnati, ma ne avanzava uno. Era quello di Giuseppe, da cui uscì una colomba tra lo stupore dei presenti (il segno tanto atteso). Il resto della storia lo conosciamo tutti.

Rimedi naturali

Con i primi sbalzi di temperatura può capitare di avere la sinusite, cioè l’infiammazione dei seni paranasali. La mucosa infiammata aumenta di volume causando il restringimento degli osti, che provoca un aumento di ristagno del muco nei seni nasali con conseguente crescita di batteri. Per aiutare a liberare il naso da questo muco, sono ottimi questi rimedi:

  • applica 3/4 volte al giorno, per 5 minuti, un asciugamano caldo umido in modo da riattivare la circolazione e permettere il drenaggio del muco tramite il calore;
  • bevi molto durante il giorno per rendere il muco fluido;
  • fai tisane a base di liquirizia, piantaggine, finocchio, anice o salvia;
  • fai lavaggi nasali preparando una soluzione con 120 ml di acqua distillata o fatta bollire a cui aggiungere un cucchiaio di sale e uno di bicarbonato di sodio.
anice
Anice

Ruota dell’Anno Celtico

La Ruota dell’Anno Celtico è un’antichissima forma di calendario, di origine pagana e in uso tra le popolazioni celtiche, così chiamata perché segna il ciclo delle stagioni durante l’anno e scandisce ritmi, energie, ricorrenze e rituali tramandati di generazione in generazione dai tempi più antichi. Gli 8 Sabbat dell’anno – 4 legati a solstizi ed equinozi, più 4 intermedi tra solstizio ed equinozio – erano i cosiddetti “momenti di passaggio” e per questo considerati sacri e celebrati. La Ruota, nell’arco dell’anno, ripercorre non solo le stagioni ma anche il viaggio della vita e il ciclo del chicco di grano: nascita – crescita – invecchiamento – morte (per poi rinascere nuovamente). Questi giorni speciali permettevano all’uomo di entrare in contatto con le forze cosmiche, particolarmente potenti in queste ricorrenze, per creare un vero e proprio scambio tra uomo e universo.

A febbraio abbiamo incontrato Imbolc (o Candelora che dir si voglia), prima ricorrenza dell’Anno Celtico. Nel mese di marzo la ricorrenza principale è l’arrivo della Primavera, festa celtica di Ostara, che corrisponde all’Equinozio di Primavera (20 marzo). Seconda delle 8 ricorrenze della Ruota dell’Anno Celtico che ormai da 2 anni festeggiamo regolarmente in compagnia di Elisa Gastaldi, proprietaria dell’Azienda Agricola Elilu, tra sapori e saperi della tradizione con i piatti del suo Agriturismo Mangià ad Campagna e sotto le stelle del suo Planetario (Castelnuovo Scrivia).

Questo giorno speciale è il giorno in cui si festeggia l’inizio della rinascita, è uno dei momenti dell’anno in cui giorno e notte sono in perfetto equilibrio (in cui cioè le ore di luce e di buio hanno la stessa durata), è il giorno in cui la luce torna a splendere (da questo momento in poi le ore di luce supereranno sempre di più le ore di buio, fino al Solstizio d’Estate). Può sembrare strano, ma è proprio dalle tradizioni pagane legate a questa festa che nascono le nostre tradizioni legate alla Pasqua! Lo sapevate?

L’animale sacro a Ostara (in celtico Eostre, termine da cui deriva il nome inglese Easter = Pasqua) era la lepre, simbolo di fertilità. La lepre di Ostara deponeva l’uovo della nuova vita per annunciare la rinascita dell’anno, motivo per cui questa ricorrenza coincide anche con il Capodanno Rurale. Proprio da questa leggenda nasce la tradizione pagana di scambiarsi le uova, uova “sacre” che dovevano essere scambiate sotto l’albero magico del villaggio, motivo per cui alcuni di noi ancora decorano l’Albero di Pasqua. E non a caso ogni mito o leggenda legata alla primavera, narra di un sacrificio a cui segue una rinascita o una resurrezione.

Ma perché una lepre dovrebbe fare le uova? Sappiamo tutti che la lepre non fa le uova, ma nella simbologia di qualsiasi cultura l’uovo è simbolo di vita, di creazione, di rinascita. In più la natura ci insegna che la primavera porta gli uccelli a deporre le uova, fonte di sostentamento dopo il lungo inverno per le popolazioni primitive. Alcuni popoli credono che il mondo sia nato da un uovo cosmico, quindi un’animale sacro ad una Dea così importante non poteva che fare le uova.

Due dei fiori legati a questa ricorrenza sono il Narciso, che già ha colorato di giallo i nostri giardini e che tra qualche tempo si farà strada anche nelle praterie d’Appennino con il suo bianco candore, e il Gelsomino, che con il suo profumo ci ricorda che l’aria sta cambiando e la primavera è alle porte!

tramonto val di nizza

Giorni speciali

Ogni mese dell’anno ha dei giorni speciali, ciascuno per un motivo diverso.

Questo mese, escludendo l’Equinozio di Primavera che è uno dei giorni più speciali dell’anno (non solo del mese), troviamo solo i Dì della Vecchia – dal 29 al 31 marzo – che, come per i Giorni della Merla a fine gennaio, possono “far ricomparire” il freddo pungente tipico dell’inverno.

Non manca una leggenda: che marzo è un mese pazzerello (a causa degli improvvisi cambiamenti del tempo atmosferico) si sa, ma sapete da cosa deriva questo pensiero? Si dice che un tempo il mese di Marzo si divertiva a sorprendere le anziane pastorelle al lavoro nei prati, scatenando improvvise bufere invernali. Una di loro però, intimorita da questi scherzi, non si decideva ad uscire con le sue pecore e, arrivata ormai alla fine del mese, decise vendicarsi prendendosi gioco di Marzo. Gli disse “domani uscirò a pascolare, tanto ormai siamo in Aprile, e tu non potrai farmi nulla!”; Marzo andò su tutte le furie per questo smacco e decise di chiedere tre giorni ad Aprile, per poter scatenare una delle sue tempeste sulla povera pastorella uscita di casa il giorno seguente. Fu così che il mese di marzo si allungò, e per questo 29, 30 e 31 marzo vengono chiamati i “Giorni della Vecchia”.

Grazie a Elilu Agricultura Familiare che con il suo Bugiardino annuale (di cui non possiamo più fare a meno da anni) ci regala sempre tanta saggezza popolare, tradizioni e cultura rurale; un concentrato di saperi antichi che oggi sembrano appartenere ad un mondo lontano, ma che sono parte di noi e del nostro vivere e per questo vanno custoditi con cura e tramandati con ogni mezzo.

 

Giorgia Ricotti – Wild Trek Team

Foto: © Wild Trek – Avventure in cammino

Febbraio potatore

Febbraio il mese del freddo, della neve, dei ghiacci, delle nebbie.

La neve, dove abitualmente cade, regna dall’1 al 18 e, anche se meno di frequente, fino al 25.

Le piogge sono rade, dominano piuttosto i venti freddi. Tolti i primi 4 giorni, che sono da temere, questo mese è capace di belle giornate e il 29, benché freddo, è uno dei più belli dell’anno.

L’inclinazione dei giorni alla neve va ondeggiando: cala e poi cresce di nuovo, come se volesse prendere fiato.

CONSIGLI: in inverno chiudi le fessure. Guardati dai cibi che riscaldano e dagli intingoli. Usa vino bianco e stempera il vino rosso con molta acqua. Stai attento a tutto ciò che riscalda, al fuoco e alle stufe, ed eviterai reumatismi, catarri, sciatiche e mal di denti. Riparati con un buon cappello e calza buone scarpe.

MASSIMA DEL MESE: “Chi ha tempo non aspetti tempo”

PROVERBI DEL MESE: a S. Sebastiano, la violetta in mano – Non c’è gallina né gallinaccia che a gennaio le uova non faccia – Non ha timor dell’orrido gennaio, chi ha buona pelliccia e doppio saio.

Febbraio fa parte del cosiddetto “periodo oscuro” dell’antico calendario dei popoli indoeuropei. Pensate che per secoli non ha avuto nemmeno un nome, solo con il passaggio al calendario gregoriano – costituito da 12 mesi – arrivarono gennaio e febbraio: Januarius, cioè dedicato a Giano (colui che apre le porte e protegge ogni forma di passaggio) e Febrarius, cioè purificare o rimediare ai propri errori.

campanellino

Meteorologia contadina

Questo mese la previsione meteo più importante è quella legata alla Candelora:

“Per la Santa Candelora, se nevica o se plora, dall’inverno semo fora.

Se c’è il sole o tira vento nell’inverno semo dentro”

 

Poi c’è “Il giorno di San Mattia (24 febbraio) che se trova il gelo lo scioglie via” mentre se non lo trova potrebbe portarlo.

 

Anche i giorni di Tempora ci aiutano a fare una previsione. Sono quattro “sezioni”, ciascuna di 3 giorni. Annunciano le stagioni, regolano le feste contadine, guidano i raccolti e segnano un tempo di digiuno, penitenza e ringraziamento. I loro giorni – considerati giorni speciali dell’anno – cadono sempre di mercoledì, venerdì e sabato: nella settimana dopo le Ceneri, in quella dopo la Pentecoste, in quella dopo la festa della S. Croce e dopo la terza domenica di avvento. Il meteo dei 3 giorni di ciascuna tempora predice il tempo dominante in ciascuno dei 3 mesi della stagione che “apre”.

fiori

Fiore del mese

Il fiore simbolo di questo mese è senza dubbio il Bucaneve (Galanthus Nivalis), detto anche Campana della Candelora perché simbolo di questo giorno speciale; e a dimostrazione che le “nuove” ricorrenze non hanno inventato nulla (ma solo sostituito), il Bucaneve è anche il fiore sacro ad Imbolc – nome celtico della ricorrenza – perché primo a risvegliarsi dall’inverno e dal colore bianco candido simbolo di purezza.

bucaneve
Galanthus Nivalis – Bucaneve

Camminando nei boschi a febbraio, oltre al Bucaneve possiamo trovare altri piccoli fiori che iniziano a fare capolino preannunciando che la primavera si avvicina sempre di più. Tutti abbiamo incontrato almeno una volta in questa stagione, è il Crocus. In alcune zone viene chiamato “bucaneve” per la sua capacità di sbocciare appunto sul terreno ancora parzialmente innevato (ma il vero Bucaneve è il Galantus Nivalis). La sua “versione” più famosa è ovviamente lo zafferano (Crocus Sativus) ma nei boschi troviamo solamente la variante ruspante, quella cioè dal colore tenue (tra il violetto, l’azzurro e il bianco) che fa capolino nei prati ancora ghiacciati. Leggenda narra che il suo colore derivi dalle lacrime di Mercurio, che piangendo l’amico d’infanzia Croco, tempestò di lacrime ogni prato della Terra.

crocus
Crocus

Prima per eccellenza a spuntare quando il sottobosco è ormai libero da ghiaccio o neve, è la Primula (Primus Vulgaris) il cui nome deriva proprio dal suo sbocciare “per prima”. Dalle moltissime proprietà – analgesiche, antinfiammatorie, antisettiche, espettoranti e mucolitiche – è ottima a tavola – insalate, minestre, marmellate o per aromatizzare l’aceto di vino. Rappresenta la prima giovinezza, proprio perché è il primo fiore a sbocciare ed è considerato un augurio di buona fortuna, perché annuncia la bella stagione.

primula
Primus Vulgaris – Primula

Ricorrenze

Siamo abituati al detto “A Carnevale ogni scherzo vale!” ma sai da dove proviene?

Dalla frase latina “Semel in anno licet insanire”, ovvero una volta all’anno è lecito fare pazzie. Nascono così le tradizioni cattoliche legate ai travestimenti, agli scherzi e agli eccessi gastronomici tipici del Carnevale. Il nome di questa ricorrenza pare avere origine dall’unione delle parole Carnem Levare, cioè “togliere la carne”, con riferimento all’ultimo banchetto del martedì grasso in cui si poteva esagerare con questo prezioso alimento, la carne appunto, perché consapevoli che il giorno successivo sarebbe stata vietata.

Il Carnevale Ambrosiano è l’eccezione che conferma la regola: infatti secondo il rito ambrosiano l’ultimo giorno di Carnevale non è il martedì grasso bensì il sabato della stessa settimana e la Quaresima inizia il giorno seguente. Ma sai perché è diverso? Leggenda narra che il Vescovo Ambrogio avesse promesso ai suoi fedeli di festeggiare insieme la Quaresima ma che avesse tardato il rientro dal suo pellegrinaggio.

carnevale

Rimedi naturali

Durante l’inverno capita spesso di avere raffreddore e congestione nasale.

Se hai il naso chiuso o gocciolante, puoi provare uno di questi rimedi:

  • bevi liquidi più di quanto fai normalmente, soprattutto tè caldo al limone, brodo caldo, evitando bevande con caffeina che possono aumentare la congestione;
  • utilizzare il vapore (vaporimetro o vapore della pentola che sia) per aiutare il naso a liberarsi. Aggiungendo un bicchierino di aceto bianco all’acqua che poi vaporizzerai ti aiuterà maggiormente a ridurre la congestione nasale;
  • per i più coraggiosi: avvicina il naso ad una cipolla appena tagliata e aspirane l’odore, questo contrasterà la congestione.

CURIOSITA’ SULLA CIPOLLA – tratto da “Mangià ad Campagna – ricette della tradizione contadina” di Alida Bazzini – Ed. La Ricotta

La cipolla (Allium cepa) fa parte delle bulbose ed è praticamente indispensabile in ogni cucina, al pari dell’aglio (di cui per altro è membro della famiglia). Gli antichi Egizi associavano la sua forma sferica e i suoi anelli concentrici alla vita eterna, credendo che il suo forte aroma potesse “ridonare il respiro ai morti”. Gli atleti Greci invece mangiavano cipolle in grandi quantità, per “alleggerire il sangue”, mentre i gladiatori romani le strofinavano sul corpo per rassodare i muscoli. Per noi oggi è un alimento di poco valore, ma nel Medioevo le cipolle avevano grande importanza, tanto da essere usate come dono, e i medici le prescrivevano come panacea per gran parte dei mali dell’epoca.

Ma sai perché ha un odore così intenso o perché fa lacrimare gli occhi? Il caratteristico odore dei bulbi tagliati è dovuto all’abbondanza di solfuri e altri composti solforati che, a contatto con l’umor acqueo degli occhi, si trasformano in acido solforico provocando la lacrimazione.

Ricca di vitamine e sali minerali, la cipolla -soprattutto cruda- ha proprietà diuretiche, antidiabetiche, fluidificanti il sangue. È utilizzata come principio attivo di alcune creme cicatrizzanti e antibiotiche. Un tempo era usata anche come disinfettante per piccole ferite.

cipolla

Ruota dell’Anno Celtico

La Ruota dell’Anno Celtico è un’antichissima forma di calendario, di origine pagana e in uso tra le popolazioni celtiche, così chiamata perché segna il ciclo delle stagioni durante l’anno e scandisce ritmi, energie, ricorrenze e rituali tramandati di generazione in generazione dai tempi più antichi. Gli 8 Sabbat dell’anno – 4 legati a solstizi ed equinozi, più 4 intermedi tra solstizio ed equinozio – erano i cosiddetti “momenti di passaggio” e per questo considerati sacri e celebrati. La Ruota, nell’arco dell’anno, ripercorre non solo le stagioni ma anche il viaggio della vita e il ciclo del chicco di grano: nascita – crescita – invecchiamento – morte (per poi rinascere nuovamente). Questi giorni speciali permettevano all’uomo di entrare in contatto con le forze cosmiche, particolarmente potenti in queste ricorrenze, per creare un vero e proprio scambio tra uomo e universo.

Il 02 febbraio è Candelora, nome cristiano dell’antica festa celtica di Imbolc, prima delle 8 ricorrenze della Ruota dell’Anno Celtico che ormai da 2 anni festeggiamo regolarmente in compagnia di Elisa Gastaldi, proprietaria dell’Azienda Agricola Elilu, tra sapori e saperi della tradizione con i piatti del suo Agriturismo Mangià ad Campagna e sotto le stelle del suo Planetario (Castelnuovo Scrivia).

Questo giorno speciale è il ritorno alla luce, che da oggi è sempre più protagonista delle nostre giornate (da oggi le giornate si allungano!). E’ il tempo della purificazione, per prepararsi alla rinascita che avverrà in Primavera, motivo per cui la festività cristiana con cui è stata sostituita questa ricorrenza celtica è il momento della presentazione di Gesù al tempio e della purificazione della Vergine Maria 40 giorni dopo il parto. Segna il confine tra la vita e la morte e, come per S. Brigida, è tradizione accendere candele o lumini per meglio “traghettare” in questa notte importante.

candele

Giorni speciali

Ogni mese dell’anno ha dei giorni speciali, ciascuno per un motivo diverso.

Febbraio si apre con 2 giorni speciali, che racchiudono in loro un’unica tradizione: il ritorno alla luce!

Il 1° febbraio è Santa Brigida, antica ricorrenza pagana dedicata alla Dea Brigit – Dea del Fuoco per le popolazioni celtiche. Stiamo parlando di Santa Brigida d’Irlanda, protettrice degli animali di campagna e portatrice di luce. Nella tradizione popolare veniva rappresentata da una bambola di granoturco ed era tradizione che delle giovani fanciulle, vestite di bianco in segno di purezza, portavano latte, cibo e vari simboli di abbondanza per ricevere il favore della Dea prima e della Santa nei secoli successivi. Il rituale venne poi “integrato” con un’usanza da svolgere attorno al focolare domestico: la donna più anziana della casa (simbolo della parte oscura della Dea o in generale dell’oscurità) spegneva il fuoco nel camino e lo riassettava, poi le giovani fanciulle della famiglia (simbolo di purezza) facevano il loro ingresso “nelle tenebre” della stanza, illuminate solo dalle loro candele, per riaccendere la fiamma. Una sorta di rito di passaggio beneaugurante per avere protezione in questo giorno simbolo del confine tra luce e ombra. Altro simbolo di questa ricorrenza è la cosiddetta Croce di Santa Brigida: leggenda narra che i familiari cristiani di un capo pagano, in preda al delirio sul letto di morte, chiamarono Brigida perché provasse a convertirlo. Brigida gli si sedette accanto e cominciò a consolarlo, poi prese dal pavimento dei giunchi e incominciò ad incrociarli per formare una croce; quando ebbe finito di intrecciare la croce l’uomo si convertì e le chiese di essere battezzato.

Il 2 febbraio invece è Candelora, ma hai già scoperto di cosa si tratta nella sezione della Ruota dell’Anno Celtico.

E dopo la Candelora arriva l’ultimo Mercante della Neve: San Biagio, il 3 febbraio. Hai tenuto un panettone di scorta per festeggiare San Biagio? Forse da te non si usa molto, perché è una tradizione prettamente milanese, ma ormai ha raggiunto molte altre zone e magari ti sarà capitato di sentirla. E’ usanza il 3 febbraio mangiare una fetta di panettone avanzato dalle feste natalizie. Per questo motivo si parla di Panettone di San Biagio. La tradizione è accompagnata dal detto “San Biàs el benedis la gola e èl nas” – cioè San Biagio benedice la gola e il naso.

Sì perché San Biagio è il protettore della gola, dei laringoiatri, dei suonatori degli strumenti a fiato. Per la benedizione della gola sono utilizzate due candele, incrociate davanti alla gola della persona da benedire. San Biagio è il protettore anche dei lanaioli e dei cardatori, degli animali e delle attività agricole. Il motivo per cui è protettore sia della gola che della lana è abbastanza tragico: vissuto in epoca romana, la sua morte avvenne per decapitazione ma prima, per essere sicuri che il suo martirio fosse esemplare e doloroso, le sue carni vennero lacerate con dei pettini di ferro che si usavano per cardare la lana.

Esiste anche una leggenda contadina, precedente alla tradizione milanese del panettone. Si dice che una donna avesse portato prima di Natale il panettone da frate Desiderio per farlo benedire, ma il frate era così impegnato che se ne dimenticò. Dopo Natale, trovando il dolce ancora in sacrestia e pensando che ormai la donna non sarebbe più tornata a prenderlo, l’aveva benedetto e mangiato. Ma quando il 3 febbraio la massaia tornò per riavere il suo panettone, il frate confessò di averlo finito. Tornato in sacrestia a prendere il piatto vuoto, trovò invece un panettone grande il doppio rispetto a quello che la donna aveva portato. Il miracolo fu attribuito a San Biagio e fu così che nacque la tradizione che vuole che si mangi a colazione una fetta di panettone avanzato e benedetto, per proteggere tutta la famiglia dai malanni della gola. E se a Milano c’è il panettone, nelle terre dell’Antico Piemonte c’è la chisola!

Per scoprire chi sono i Mercanti della Neve e quali sono gli altri mercanti, sfoglia l’articolo del mese scorso Gennaio innevatore.

croce santa brigida

Grazie a Elilu Agricultura Familiare che con il suo Bugiardino annuale (di cui non possiamo più fare a meno da anni) ci regala sempre tanta saggezza popolare, tradizioni e cultura rurale; un concentrato di saperi antichi che oggi sembrano appartenere ad un mondo lontano, ma che sono parte di noi e del nostro vivere e per questo vanno custoditi con cura e tramandati con ogni mezzo.

 

Giorgia Ricotti – Wild Trek Team

Foto: © Wild Trek – Avventure in cammino

Parc National de la Vanoise

Ci sono luoghi che ti entrano nel cuore per la loro bellezza, e ci sono luoghi a cui ti leghi per le persone che incontri lungo il cammino. In questo caso sono successe entrambe le cose: abbiamo scoperto questo angolo di Alpi francesi quasi per caso, durante uno dei nostri viaggi in camper, e ci siamo domandati come avevamo fatto a non sapere nulla di questi luoghi fino a quel momento. Montagne meravigliose, un’infinità di ghiacciai, treni sotterranei che salgono nel cuore della montagna per raggiungere alcune delle cime, rifugi che sembrano chalet in cui puoi anche trovare cucina nepalese e racconti dal Tibet, o ancora la possibilità di percorrere i sentieri in compagnia di pelosi asinelli. E poi, vogliamo parlare del latte fresco e delle crepes fatte in casa!?

Questo viaggio a piedi è stata la mia prima avventura con un gruppo, e forse è per questo che amo particolarmente questo itinerario. Ci tenevo (e ci tengo tutt’ora) così tanto ad accompagnare le persone lungo questi sentieri che solo a nominarli mi brillano gli occhi. In quel mio primo viaggio non potevo essere più fortunata: camminatori tenaci e solari, capaci di fare gruppo a tal punto da essere ribattezzati “I magnifici 7”! Un’avventura, perché il percorso è tosto e il tempo a tratti fu davvero inclemente, ma i loro sorrisi mi hanno ripagato davvero di tutto e non vedo l’ora di poter ripartire!

rifugio arpont

Cos’è una Grande Randonnee

La Grande Randonnée è una rete di sentieri escursionistici a lunga percorrenza diffusa in Francia, Belgio, Paesi Bassi e Spagna. Si può dire che assomiglia alle nostre Alte Vie o a quelli che noi definiamo Cammini, con la differenza che si ramifica in più Paesi.

Nel nostro caso è un percorso ad anello che si snoda tra sentieri d’alta quota (toccando come Punto massimo i 3000 m) facendo tappa in 4 splendidi rifugi. Cinque giorni di cammino sulle Alpi francesi, che regalano ad ogni passo vedute di rara bellezza!

La pace della natura che circonda sentieri poco battuti, la bellezza dell’ambiente d’alta quota, l’emozione di incontri magici con stambecchi e marmotte, la vita in rifugio da condividere con i tuoi compagni di viaggio.

vanoise

Dove andiamo

Il Parc National de la Vanoise si trova nel cuore della Savoia (Alpi Grai). Questo territorio è racchiuso tra la Valle dell’Isère a nord e la Valle dell’Arc a sud, mentre ad est è collegato con il Parco Nazionale del Gran Paradiso (Italia).

Primo Parco Nazionale francese, e dal 1976 insignito del Diploma Europeo delle Aree Protette, rappresenta uno degli ultimi ecosistemi d’Europa in cui i grandi carnivori, come ad esempio il lupo o la lince, possono vivere indisturbati.

Nel Parco vi sono ben 107 vette che superano i 3000 m e 20 ghiacciai! Un susseguirsi di paesaggi mozzafiato che culminano con la poderosa Grande Casse che, con i suoi 3852 m d’altitudine, domina l’intero Massiccio de la Vanoise.

Scopri il programma dettagliato della Grande Randonnee de la Vanoise.

Guarda il calendario per sapere le date del prossimo viaggio o, se sei curioso, guarda le foto sulla nostra pagina Facebook!

 

Giorgia Ricotti – Wild Trek Team

Foto: © Wild Trek – Avventure in cammino

La Via del Sale

Per noi che abitiamo in Oltrepo questo cammino sulle antiche mulattiere di crinale (le Vie del Sale o del Mare che dir si voglia) che collegano la Pianura Padana alla Riviera Ligure, attraversando l’Appennino, sono un must. Ogni escursionista oltrepadano che si rispetti deve averla percorsa almeno una volta nella sua vita, o almeno averla nella top10 della sua Bucket List. Io per prima sono cresciuta con l’idea che “Un giorno dovrò fare la Via del Sale!” come se fosse una sorta di rito di passaggio.

Adesso che sono grande, e come lavoro faccio la Guida Escursionistica Ambientale, ho imparato che questo splendido cammino (come tutti gli altri del resto) non è da fare come se fosse una prova o una dimostrazione delle proprie capacità; è da percorrere con lentezza, come faccio ormai per ogni cosa: voglio farti vivere il viaggio, non semplicemente la meta. Chi mi conosce lo sa, non critico assolutamente chi cerca la performance o la sfida, semplicemente scelgo di percorrere il cammino con occhi diversi, camminando consapevolmente, prendendomi tutto il tempo necessario per godere a pieno dei panorami e delle atmosfere di questo affascinante percorso di crinale.

Io forse ho un motivo in più per affrontarlo in modo diverso, ma credo sia un’esperienza che possa arricchire tutti. Qualche anno fa, mentre guardavo l’alba della mia nuova vita sulla cima del Monte Ebro, ho capito che ero stanca di correre e di non avere mai tempo per nulla. Guardando i profili di quelle cime ho promesso a me stessa che, il giorno in cui avrei percorso quel cammino, sarebbe stato per imparare qualcosa, e così è stato. Ho imparato, tra le tante cose, che la vita non aspetta nessuno, ma vuole attenzione e bisogna fare buon uso del tempo che abbiamo; ho imparato quanto è vera la frase “Puoi dire di essere stato in un posto solo se ci sei andato a piedi”. E ho imparato quanto siamo distratti dalla frenesia del quotidiano, tanto da non riuscire più a godere di ciò che ci circonda. La Via del Sale per me resterà sempre un cammino di trasformazione, e non ha importanza quante volte la (ri)farò perché ogni volta troverò qualcosa di diverso ad aspettarmi, qualcuno di diverso ad accompagnarmi; ogni volta (ri)tornerò diversa da come sono partita, ogni volta con un pezzo di cuore in più grazie alle persone incontrate.

Cos’è la Via del Sale

E’ un cammino che porta con se un passato importante. Come dice il nome stesso, Via del Sale, ci racconta che un tempo era l’antico percorso attraverso cui questo bene prezioso (detto “oro bianco”) veniva trasportato dal mare alla pianura attraverso l’Appennino. Queste mulattiere di crinale ripercorrono l’antico cammino utilizzato dai mercanti e, camminando di cima in cima, attraverserete anche voi questo antico sentiero.

Sfatiamo il mito (come avrai trovato in molti blog e recensioni) che la Via del Sale è un cammino facile, solo perchè si fa in 3 giorni. L’affermazione corretta è questa: è facile, perchè non ci sono sentieri tecnicamente difficili, ma non è adatto a tutti a prescindere, perchè l’allenamento è importante (soprattutto se decidi di fare questo cammino in soli 3 giorni). E’ sicuramente più facile di un’Alta Via o di una Randonnee alpina, ma se non hai un buon allenamento rischi di avere brutte sorprese. Se non fai trekking regolarmente o non hai mai provato ad affrontare trekking di più giorni, è il caso di valutare bene le tappe e soprattutto è necessario fare un minimo di allenamento qualche mese prima di partire.

Dove andiamo

Il cammino completo va da Varzi a Portofino, ma esistono diverse varianti in discesa verso il mare e si possono raggiungere anche Sori, Recco, Camogli, e Santa Margherita Ligure. E’ lunga circa 85 km, ha un dislivello in salita di circa 3600 m e un dislivello in discesa di circa 4000 m. A seconda della destinazione finale che avete scelto saranno necessari 3 o 4 giorni di cammino.

L’itinerario classico che proponiamo abitualmente parte da Varzi (PV) e in 3 giorni ci porterà fino a Sori (GE). Scopri il programma dettagliato della Via del Sale classica.

Ma noi siamo andati oltre! Abbiamo creato un nuovo itinerario che da Voghera arriva fino a Varzi – punto di partenza della Via del Sale classica, attraversando le dolci colline della Valle Staffora. Due giorni in più di cammino, per ridare vita ad antichi sentieri perduti, ricchi di storia e natura, e per scoprire l’anima autentica dell’Oltrepo Pavese prima di proseguire verso il mare. Scopri il programma dettagliato della Via del Sale XXL.

Guarda il calendario per sapere le date del prossimo cammino o, se sei curioso, guarda le foto sulla nostra pagina Facebook!

 

Giorgia Ricotti – Wild Trek Team

Foto: © Wild Trek – Avventure in cammino

Nelle terre d’Islanda

Da sempre paradiso di geologi e vulcanologi, sogno di ogni avventuriero, punta di diamante delle Buket List di molti viaggiatori e idilliaco scenario per scrittori e sceneggiatori, l’Islanda è un Paese in continuo cambiamento; qualcuno l’ha definita “un Paese in divenire” e, se avete almeno una vaga idea sulla natura di questa grande isola nordica, non è difficile capirne il motivo.

Ai miei tempi a scuola non si studiava molto dei Paesi del Nord Europa, o almeno, io non ho grossi ricordi su nozioni più profonde di un “fa sempre freddo”, “c’è sempre buio/c’è sempre luce” o “non c’è niente e non ci abita nessuno”. Io ho sempre fatto parecchia fatica a studiare (quindi posso anche non ricordare molto bene le cose), ma geografia e scienze mi sono sempre piaciute un sacco quindi se non mi ricordo altro è perché non ci hanno detto molto. Ma non ha importanza, fin da piccola non erano le parole che attiravano la mia attenzione, ma le immagini e le sensazioni. Ricordo che la mia compagna di banco le foto sul libro non le aveva nemmeno guardate, sfogliando con sufficienza le pagine mentre pensava ad alta voce “uffa, che palle ci sono solo montagne..”; e io già allora ricordo di aver pensato “e qual è il problema?? Sono così belle!!”. Mi era bastato vedere due foto di quelle “noiose” montagne per perdermi in un viaggio immaginario tra geyser, vulcani fumanti, laghi e pozze turchesi, paesaggi al limite dell’immaginazione, cascate giganti e iceberg galleggianti! Il mio viaggio mentale era talmente entusiasmante da essermi costato perfino un richiamo dalla professoressa, scocciata di vedermi con lo sguardo perso nel vuoto a pensare a chissà cosa. In quel “brusco risveglio” nel mio cervello si è stampata chiara un’equazione, che non mi ha più mollata: Islanda = 103.000 km² di meraviglia.

Crescendo ho capito che questa landa desolata, brulla e fredda, che per la maggior parte delle persone altro non è che inerzia e noia, è uno dei luoghi più vivi della Terra ed è ancora meglio di come l’avevo immaginata! E’ entrata con prepotenza nella top 5 dei luoghi da vivere almeno una volta nella vita, seconda solo al mio primo amore: la Terra del Fuoco.

cavallo

In questo articolo non ti racconterò cosa c’è da vedere, ma cosa c’è da sentire in questo viaggio, e cosa vorrei condividere con te se vorrai venire alla scoperta dell’Islanda insieme a noi.

Regno mitico governato dagli elfi e dall’energia dell’Artico, l’Islanda è il luogo in cui il passato incontra il futuro in una sinfonia di vento, pietra, fuoco e ghiaccio. – Guida Lonely Planet Islanda

Già questo ti fa capire cosa andiamo cercando.

La materializzazione dei quattro elementi, che puoi toccare con mano in ogni loro forma fisica, rimanendo senza fiato di fronte agli elementi naturali che lavorano in costante armonia per alimentare il potere della natura stessa. L’esperienza unica di sentirsi in un enorme laboratorio vulcanico a cielo aperto, dove anche i meno esperti possono comprendere a pieno i giochi dinamici del nostro pianeta, comprendendo (forse) una volta per tutte quanto la terra su cui camminiamo sia viva e in continuo cambiamento. La sensazione quasi spaventosa di fronte alla piccolezza dell’uomo di fronte alla potenza della natura, quella sensazione che dopo l’iniziale turbamento ti riconcilia con quella parte antica di te capace di rigenerarsi totalmente solo attraverso l’energia della Terra.

A me non è mai bastato dire ci sono stata, non mi è mai bastato spuntare una voce sul tabellone solo perché sono stata 4 giorni a mollo nelle lagune azzurre di Reykjavik o perché ho percorso in auto la Hringvegur.

Io voglio sentire il respiro della Terra tutto intorno a me, attraverso un geyser che spruzza o le calde fumarole del Magni e del Móði (ultime creature islandesi, nate dall’eruzione del 2010), capaci di cuocervi un hot-dog in un attimo. Voglio sentire la voce del nostro pianeta, salendo le pendici delle “maligne sorelle” Hekla e Katla, che ogni giorno minacciano di eruttare vapore, fumo e lava fino a sciogliere i ghiacciai e alluvionare le strette pianure sottostanti. Voglio sentire quella voce che ti fa tremare, che ti ricorda che sei tu a dover portare rispetto e, soprattutto, quanto devi (ri)imparare ad ascoltare l’ambiente che ti circonda; voglio sentire la potenza del vento, che ogni giorno crea meraviglie di roccia e spettacoli di rara bellezza. Voglio sentirmi totalmente disarmata di fronte alla precarietà di un luogo e alla potenza inaspettata con cui quel luogo può cambiare aspetto in un attimo; voglio farlo guardando da vicino quell’impronunciabile bocca vulcanica che nel 2010 ci ha dimostrato quanto tecnologia e ingegno sono niente di fronte alla forza della natura, l’Eyjafjallajökull. Voglio godermi l’infinito candore della regina dei ghiacci, la bianca calotta del Vatnajökull , con i ramponi ai piedi e uno zaino sulle spalle, in quel surreale silenzio glaciale rotto solo dai tuoi passi.

Voglio camminare in lungo e in largo in questo Paese dove ogni sasso ha una storia e ogni passo un nome. Voglio perdermi nei magici colori dell’entroterra islandese, dove accanto ad una fumarola dorme un tetto di ghiaccio o dove nel bel mezzo di una pianura nera e inospitale sbocciano fiori e cespugli dai colori brillanti. Non voglio vedere tutto questo da lontano, voglio attraversarlo, percorrendo le dune color caramello e la terra che fuma del Laugavegurinn (2-5 giorni di trekking); voglio percorrere il sentiero geologico da Ásbyrgi a Dettifoss (2 giorni di trekking) in una carrellata di fenomeni geologici che si conclude con il rombo della cascata più potente d’Europa; voglio perdere le parole, un passo dopo l’altro, in cammino sul “sentiero del corno” o Hornsleið (4-6 giorni di trekking); e soprattutto, come è successo per le Isole Lofoten, voglio camminare nei panorami da cartolina ancora inesplorati dalla maggior parte degli escursionisti, percorrendo l’intero anello di Kerlingarfjöll.

Voglio perdermi (anzi ritrovarmi) nella paziente attesa di avvistare una balenottera a Húsavík, una foca nella laguna di Jökulsárlón o una pulcinella di mare a Borgarfjörður Eystri. Voglio godermi la pace nelle pozze calde del Landmannalaugar e ammirare le rosse colline vulcaniche dalle fumanti piscine naturali di Mývatn, raccogliendo le idee per nuove fantastiche avventure!

E dopo aver fatto tutto questo, voglio partire! Sulle tracce dei primi esploratori che lasciarono queste terre alla volta dell’ignoto. Per andare dove? In Groenlandia, se ti va, o se preferisci alle Isole Fær Øer!

Voglio farti tornare a casa con la consapevolezza di un pensiero che mi accompagna da sempre:

“Guardate nel profondo della natura, e allora capirete meglio tutto” – Albert Einstein

E poi voglio riportarti qui, quando sarà buio, quando arriveranno le lunghe notti artiche, illuminate solo dal caleidoscopio celeste che da millenni incanta l’uomo con le sue danze colorate, per restare con il naso all’insù nell’emozionante attesa di quell’effimera meraviglia chiamata Aurora Boreale.

Viaggiando attraverso la Scandinavia ( Isole Lofoten, Lapponia e Svezia ) ho capito che le terre del Nord, con la loro natura selvaggia e “irrequieta”, che segna profondamente paesaggi ancora inviolati, hanno la capacità quasi magica di trasformare il comune in sublime: un banale bagno in piscina diventa un’esperienza unica se immersi in una laguna geotermale, una passeggiata sulla spiaggia diventa un’avventura tra enormi iceberg se ci si trova su un’isola vulcanica al di sopra del circolo polare artico, una semplice camminata si trasforma in un trekking avventuroso dalle bellezze incredibili e una comune notte in tenda può riempirvi gli occhi (e il cuore) con i colori dell’aurora boreale o dell’infinito tramonto del sole di mezza notte. Ho capito che è quel “niente”, di cui si (s)parla tanto, ciò che cerco e di cui ho tanto bisogno; perché è quel niente a riempire, e a rigenerare il cuore prima ancora degli occhi. Se sei come me, hai bisogno di sentire quel silenzio tutto intorno per ritrovarti, hai bisogno di sentire quel respiro sotto ai tuoi piedi, un passo dopo l’altro, e dentro le tue vene; hai bisogno di vedere il “niente” tutto intorno a te, fin dove si perde lo sguardo e inizia l’immaginazione, per ritrovare il tuo confine, hai bisogno di respirarlo quel “niente”, perché perché per te è vita.

Se anche tu hai bisogno di tutto questo, sei pronto per venire con noi alla scoperta dell’isola di fuoco e di ghiaccio! Guarda il calendario per sapere le date dei prossimi viaggi o segui la nostra pagina Facebook!

Giorgia Ricotti – Wild Trek Team

Foto: © Wild Trek – Avventure in cammino

Gennaio innevatore

Gennaio è il mese del freddo, della neve, dei ghiacci, delle nebbie.

La neve, dove abitualmente cade, regna dall’1 al 18 e, anche se meno di frequente, fino al 25.

Le piogge sono rade, dominano piuttosto i venti freddi. Tolti i primi 4 giorni, che sono da temere, questo mese è capace di belle giornate e il 29, benché freddo, è uno dei più belli dell’anno.

L’inclinazione dei giorni alla neve va ondeggiando: cala e poi cresce di nuovo, come se volesse prendere fiato.

CONSIGLI: in inverno chiudi le fessure. Guardati dai cibi che riscaldano e dagli intingoli. Usa vino bianco e stempera il vino rosso con molta acqua. Stai attento a tutto ciò che riscalda, al fuoco e alle stufe, ed eviterai reumatismi, catarri, sciatiche e mal di denti. Riparati con un buon cappello e calza buone scarpe.

MASSIMA DEL MESE: “Chi ha tempo non aspetti tempo”

PROVERBI DEL MESE: a S. Sebastiano, la violetta in mano – Non c’è gallina né gallinaccia che a gennaio le uova non faccia – Non ha timor dell’orrido gennaio, chi ha buona pelliccia e doppio saio.

gennaio

Meteorologia contadina

Secondo le credenze popolari per fare una previsione sul tempo atmosferico dell’anno e delle 4 stagioni, bisogna fare attenzione al tempo atmosferico che ci sarà in alcuni giorni speciali: le Calende, che troverai in dettaglio più avanti nel capitolo dedicato. Anche i Giorni della Merla (descritti nel dettaglio più avani) possono darci importanti informazioni sul meteo dei primi 3 mesi dell’anno: 29 gennaio – dovrebbe confermare il meteo di gennaio, 30 gennaio – febbraio e 31 gennaio – marzo.

Secondo la meteorologia contadina invece esistono una serie di segnali che ci indicano il mutare del tempo atmosferico. E’ sicuramente un modo insolito, ma oggi più che mai può essere utile per stimolare la nostra capacità di osservazione e deduzione, per imparare non solo nozioni ma anche (e soprattutto) a vivere con consapevolezza ciò che ci circonda. Proprio come facevano i nostri nonni, e molti altri prima di loro, che non avevano a disposizione la tecnologia e gli strumenti di cui disponiamo (e purtroppo dipendiamo) oggi.

Se gli steli dei Trifogli si drizzano – PIOGGIA

Se il fiore di Acetosella si schiude – BEL TEMPO

La rugiada indica BEL TEMPO, mentre la brina indica PIOGGIA

Quando il ragno allunga i suoi fili, indica TEMPO BELLO e calmo, ma se il ragno resta fermo e inerte sulla sua ragnatela è in arrivo la PIOGGIA

Se i colombi domestici rientrano presto in fattoria, è indizio di PIOGGIA IMMINENTE, mentre quando volano al largo e ritornano tardi è segno di BEL TEMPO

Quando le galline razzolano nella polvere e drizzano le piume o i galli cantano ad orari insoliti, c’è un TEMPORALE in arrivo

Anche quando gli uccelli si puliscono le penne o quando i passeri si raggruppano a terra in gran numero, è indizio di PIOGGIA

Se i pesci saltano fuori dall’acqua, le lucertole vanno a nascondersi, le Raganelle gracidano, le lumache si mettono in cammino, le mosche sono più fastidiose del solito, è sempre segno di PIOGGIA in arrivo.

Se gli usignoli cantano tutta notte, le zanzare fanno sciami danzanti serali allora sta arrivando il BEL TEMPO.

Quando le rondini volano terra terra arriva la PIOGGIA, se invece volano alte nel cielo è segno di BEL TEMPO

Se la luna è contornata da un cerchio che la fa sembrare “appannata” sta per arrivare la PIOGGIA, se il cerchio è rosso arriva il VENTO e se invece splende ma senza “aureola” possiamo stare tranquilli che sarà BEL TEMPO

E poi c’è l’oca, che pare essere invece la migliore astrologa del mondo rurale: quando starnazza e sbatte le ali sta dicendo che l’aria sta cambiando, e arriverà la PIOGGIA, se invece “col becco si fa bella” sta prevedendo VENTO e TEMPESTA.

Fiore del mese

Il fiore del mese è senza dubbio l’Elleboro, tanto che una sua variante è chiamata anche Rosa di Natale. Nel boschi d’Oltrepo troviamo quasi esclusivamente la variante Elleboro Puzzone (Helleborus Foetidus) o “cibo mortale” per la sua tossicità, caratterizzato da un colore verde acceso e con i suoi fiori a bordo fuxia. Lungo i sentieri dell’Appennino Emiliano invece è molto più frequente incontrare la variante Elleboro Verde (Helleborus Viridis) che, come dice il nome stesso è interamente verde brillante.

Nella tradizione popolare l’Elleboro nei campi ha una funzione profetica: si dice che i contadini contavano i fiori sbocciati nel proprio orto o campo e in base al numero stimavano l’entità del raccolto.

Si dice che possiede un privilegio rispetto alle altre piante: la capacità di produrre fiori in inverno, periodo che si sa è il più infelice di tutto l’anno. L’Elleboro si fa notare in autunno-inverno e riempie, con la sua fioritura e con il suo fogliame, quasi a voler riempire gli spazi più spogli e tristi del bosco.

elleboro verde
Elleboro Verde
elleboro puzzone
Elleboro Puzzone

Curiosità naturalistiche

In questo periodo oltre alla neve, al ghiaccio o alla brina, si può assistere ad un altro fenomeno (tanto affascinante quanto drammatico) che può comparire su piante, oggetti e perfino muri: la galaverna o nebbia che congela. Sai cos’è?

Non è da confondere con la brina. La galaverna è quel fenomeno che oggi chiamiamo “gelicidio” e consiste nella formazione di aghi o scaglie ghiacciate in una particolare condizione atmosferica: nebbia (quindi umidità) e vento uniti a temperature molto sotto lo zero. Queste condizioni permettono il passaggio delle goccioline d’acqua (presenti nella nebbia) da vapore acqueo a ghiaccio, dando origine ai cristalli e alle formazioni che vediamo su ogni elemento solido con cui vengono in contatto le goccioline. Quando il vento è più sostenuto, le scaglie di ghiaccio che si formano hanno una forma più allungata, trasformando alberi o rifugi in vere e proprie cattedrali di ghiaccio.

In Oltrepo, più precisamente in Valle Staffora, si prepara una torta di mandorle che si chiama proprio così: La Galaverna.

E ovviamente non può mancare un racconto popolare: La leggenda della Ninfa Rugiada.

C’era una volta, tanto e tanto tempo fa, una giovane che viveva lungo le rive della Piave. Si chiamava Rugiada, e come tutte le favole era bella, bionda, eterea, figlia di una anguana – creatura legata all’acqua nella tradizione trentina e veneta – e di chissà chi! Amava il Sole, che per lei che viveva nelle strette gole del fiume, era visibile solo per qualche ora al giorno; ma era sufficiente per darle gioia e farla svegliare ogni mattina, volando leggera dai flutti vorticosi del suo letto verso il cielo azzurro per poi ridiscendere lentamente giù giù fino e stendersi, lieve ed impalpabile sui muschi delle rive. Ma si sa, con l’arrivo dell’inverno il Carro del Sole passava sempre più distante da quelle orride gole, per un tempo sempre più breve; nella stagione in cui giungeva il Grande Vecchio (l’inverno) la giovane ninfa aveva appena il tempo di alzarsi per poter godere di quel poco calore dei rari raggi di sole..volteggiava lentamente nell’aria, per poi ricadere estenuata sulle piante e sui cespugli intirizziti. Ed è lì che si riaddormentava, formando lungo tutta la Valle della Piave meravigliosi e candidi intrichi di pizzi e merletti: la Galaverna!

galaverna

Rimedi naturali

In questi mesi di freddo intenso è possibile soffrire di geloni. Questo succede soprattutto a chi ha già problemi di circolazione periferica, ma può capitare anche a chi semplicemente per lavoro o necessità resta esposto, per diverse ore al giorno e per diversi giorni, al freddo pungente.

Ma cosa sono i geloni? Quello che chiamiamo comunemente “gelone” non è altro che una reazione cutanea causata dal veloce riscaldamento delle estremità corporee (mani e piedi) dopo l’esposizione prolungata a temperature fredde. Il nome scientifico sarebbe Eritema Pernio, e si manifesta come una dolorosa infiammazione dei piccoli vasi sanguigni presenti nella pelle.

Conoscete i rimedi naturali dei nostri nonni?

La nonna di Giorgia ad esempio consiglia un pediluvio caldo, ma non bollente (perché lo sbalzo repentino di temperatura fa più male che bene), a cui aggiungere un cucchiaino di olio essenziale di Calendula o del sale grosso. Una volta era suggerito anche di alternare, ogni 5 minuti, questo pediluvio caldo ad uno più fresco. Stessa cosa vale per le mani.

Una volta asciugati mani e piedi potete frizionarli sempre con olio di calendula, di arnica o semplicemente con l’olio d’oliva. Oppure, se gradite una soluzione più “alternativa” (di cui potete approfittare quest’anno che non si possono avere amici a casa!) potete utilizzare una cipolla cruda, tritata o frullata, che fisserete con garze o pellicola sulle zone interessate.

Qualche curiosità in più sulla Calendula (Calendula Officinalis):

  • pianta sempreverde appartenente ad un genere che conta 12 specie.
  • ha un fusto ramoso e vellutato che può raggiungere i 50 cm, e foglie spesse e lanceolate, viscose al tatto.
  • di colore giallo-arancione, ha un aspetto simile a quello della Margherita. L
  • le sommità fiorite si utilizzano fresche o essiccate e si raccolgono da aprile a luglio, ma sono presenti quasi tutto l’anno.
  • proprietà: antisettica, antinfiammatoria, cicatrizzante.
calendula

Giorni speciali

Ogni mese dell’anno ha dei giorni speciali, ciascuno per un motivo diverso.

Tra i vari insegnamenti per prevedere il tempo in un modo decisamente curioso e affascinante ci sono ad esempio le Calende, basate sul principio di analogia secondo cui i 12 giorni che separano S. Lucia (13 dicembre) dal Natale racconterebbero come sarà il tempo nei primi 15 giorni di ogni mese dell’anno nuovo – Calende Dirette – mentre i 12 giorni tra S. Stefano e l’Epifania racconterebbero invece il tempo degli ultimi 15 giorni di ogni mese – Calende Rovesce.

Per fare un esempio, il 13 dicembre e il 26 dicembre corrispondono a gennaio, il 14 dicembre e il 27 dicembre corrispondono a febbraio e così via.

Esistono poi le Calende delle 4 Stagioni. Quattro giorni ancora più speciali, quelli dal 7 al 10 gennaio, perché corrispondono ciascuno ad una stagione: il 7 la Primavera, l’8 l’Estate, il 9 l’Autunno e il 10 l’Inverno.

 

Conosci anche i Mercanti della Neve?

Sono 4 santi del mese di gennaio (San Mauro – 15 gennaio, San Marcello – 16 gennaio, Sant’Antonio Abate – 17 gennaio – e San Sebastiano – 20 gennaio) che insieme a San Biagio (3 febbraio) portano con loro la credenza popolare che, se il giorno della loro ricorrenza ci sarà bel tempo e splenderà il sole, “andranno al mercato a comprare la neve da spargere sulla terra nei giorni successivi”.

Le storie più importanti sono legate a Sant’Antonio, colui che fa parlare gli animali (vedi nella sezione Notti Magiche) e a San Sebastiano, protettore della Polizia Municipale, degli arcieri, dei tappezzieri e di quanti lavorano con oggetti appuntiti, viene invocato (insieme a San Rocco) in caso di peste ed epidemie in genere.

Secondo la leggenda “Il giovane Sebastiano era il comandante della prima Legione dell’Imperatore Diocleziano, guarnigione armata in Roma con il compito di difendere l’imperatore stesso. Fu proprio la sua posizione che gli permise di svolgere per lungo tempo la distribuzione dei sacramenti ai cristiani incarcerati in attesa del martirio e di svolgere opere missionarie per la conversione di molti soldati e prigionieri.

Quando l’imperatore scoprì che anche Sebastiano era cristiano, lo condannò a morte per mano dei suoi arcieri. Trafitto e abbandonato perché creduto morto, Sebastiano venne salvato e curato in segreto da una matrona romana, impietosita da tanta crudeltà. Una volta ristabilito e non pago della pena ricevuta, il giovane torno da Diocleziano per ammonirlo verso la sua fede religiosa. Inutile dire che Diocleziano non la prese bene e questa volta lo fece flagellare a morte e (per sicurezza) gettare direttamente nella Cloaca Maxima di Roma (il sistema fognario della città).

Leggenda vuole che mani pietose abbiano recuperato anche questa volta il corpo di Sebastiano, ormai senza vita, dandogli una degna sepoltura nelle catacombe che ancora oggi portano il suo nome: le Catacombe di San Sebastiano. Anche il luogo della sua flagellazione divenne un simbolo, dove un tempo c’erano i gradini di Elagabalo venne eretta la Chiesa di San Sebastiano.”

 

Ultimi giorni speciali della tradizione popolare sono gli ultimi 3 giorni del mese – 29, 30 e 31 gennaio – detti i Giorni della Merla. Tutti sanno che sono i più freddi dell’anno, ma sai perché si chiamano così?

Narra la leggenda che “è tradizione popolare che in questi 3 giorni la merla, un tempo bianca come la neve, per proteggersi dal freddo pungente, si riparò in un camino. Restandoci per diversi giorni, le sue piume si coprirono di fuliggine, e così rimasero nere per sempre tanto che il corvo quando la vide la prese in giro”.

In Lombardia si era soliti intonare cori da una sponda all’altra dei fiumi, dandosi botta e risposta a suon di note, e in ormai pochi paesi restano vive manifestazioni popolari in costumi tradizionali della civiltà contadina.

merlo

Notti magiche

Nel mese di gennaio le notti magiche sono ben due.

Siamo abituati a festeggiare l’Epifania, ma sapevate che la notte del 05 gennaio è la prima delle 8 notti magiche dell’anno!?

Si dice che “E’ il giorno (anzi la notte) in cui arrivano i doni ai bambini” e non a caso è la notte in cui i Re Magi giunsero da Gesù con i loro doni. Per noi è la notte associata a streghe volanti su scope ruggenti, ma in realtà è una tradizione che ha origini lontane.

In Piemonte e Lombardia (prevalentemente Brianza e milanese) i fuochi sono accesi in onore di una vecchia strega (la Giubiana) durante la notte dell’ultimo giovedì di Gennaio. Come la Maràntega, anche la Giubiana rappresenta la Madre Terra, vecchia e stanca, e il rogo non è altro che un passato carico di cose da dimenticare e quindi da bruciare. L’origine del nome Giubiana non si conosce, anche se molti riconducono rito al culto di Giove e Giunone, divinità del Cielo e della Terra. Secondo la tradizione popolare è una strega dalle gambe molto lunghe, che vive nei boschi sposta di albero in albero senza mai toccare terra. Una sorta di guardiana, che osserva tutti coloro che si avventurano nel bosco; si dice che il suo passatempo preferito è spaventare i visitatori del bosco, soprattutto i bambini, e che ogni ultimo giovedì di gennaio.. se li mangiare pure!

Il 6 gennaio invece si sa, è l’Epifania e “L’Epifania tutte le feste le porta via poi arriva S. Benedetto che ne riporta un bel sacchetto”.

 

La notte tra il 16 e il 17 gennaio è la seconda notte magica dell’anno.

E’ la notte in cui “gli animali nella stalla parlano tra loro” o notte di Sant’Antonio Abate (la cui ricorrenza è proprio il 17 gennaio) in cui è necessario pulire per bene la stalla, i pollai, le gabbie, i giacigli. Si dice che in questa notte è meglio non restare ad ascoltare ciò che si raccontano gli animali, perché parlano delle loro vite in compagnia con gli uomini e delle loro crudeltà. Si scoprirebbero parole dure, difficili da ascoltare, e che ascoltarle porti anche sfortuna o addirittura la morte.

Al sorgere del sole tutto avrà fine, e la domenica sarà dedicata alla benedizione degli animali; qualche volta vengono benedette anche delle gallette di riso che verranno poi appese nelle stalle, in cortile o nei pollai.

E se gli animali da benedire non si possono trasportare non c’è problema, si benedicono api, macchine, furgoni o tutto ciò che simbolico esista rassomigliante la forza lavoro degli animali.

fuoco

Grazie a Elilu Agricultura Familiare che con il suo Bugiardino annuale (di cui non possiamo più fare a meno da anni) ci regala sempre tanta saggezza popolare, tradizioni e cultura rurale; un concentrato di saperi antichi che oggi sembrano appartenere ad un mondo lontano, ma che sono parte di noi e del nostro vivere e per questo vanno custoditi con cura e tramandati con ogni mezzo.

 

Giorgia Ricotti – Wild Trek Team

Foto: © Wild Trek – Avventure in cammino

Un Inverno Disconnessi

C’è chi nasce nel mondo digitale e chi invece è (felicemente) nato un po’ prima, in quella che per molti oggi è Preistoria ma che per noi è semplicemente il Vecchio Mondo Analogico. Un mondo che ormai sembra portare con sè solo la nostalgia, di quell’impagabile profumo di carta sgualcina tipico delle cartine troppo usate, delle tecniche per aguzzare l’ingegno nel ricordarsi un percorso, ma soprattutto dell’entusiamo con cui si preparava un percorso o del tempo che si dedicava lungo il cammino per “aggiustare la rotta”. Insomma, la nostalgia di saper fare, senza dipendere dalla tecnologia, e di saper imparare dalle proprie esperienze e dai propri errori.

La nostra Guida Escursionistica Ambientale (Giorgia) ha voluto unire nostalgia ed esperienza in un percorso pensato per conoscere la natura e farne buon uso. Una serie di appuntamenti per mettere da parte un piccolo bagaglio di conoscenze e sviluppare percezione, osservazione e deduzione in natura. Nozioni e attività per indurre sensi e mente a lavorare (di nuovo) insieme, con l’obiettivo di fornire sia spunti di riflessione che strumenti utili a tutte le persone che vogliono avvicinarsi all’escursionismo in modo più consapevole e sicuro.

Corso teorico-pratico di orientamento

Nel 2021 non è stato possibile farlo, ma siamo fiduciosi che quest’anno sarà possibile condividere con voi questo percorso, per darvi modo di sperimentare nell’estate il bagaglio di esperienze e nozioni che avete messo da parte durante l’inverno.

Cosa vi proponiamo?

Un ciclo di 3 appuntamenti teorico-pratici dedicati alle nozioni base di cartografia e orientamento:

1° lezione: la cassetta degli attrezzi invisibili

2° lezione: orientamento naturale e cartografia

3° lezione: siamo tutti fuori! Prove pratiche di escursionismo analogico

Argomenti trattati durante il corso

– Natura: come, dove e perchè

– lettura del paesaggio e osservazione dell’ambiente: dal terreno, alla vegetazione, alle tracce

– il cielo e i suoi misteri

– l’attrezzatura dell’escursionista consapevole

– nozioni base di cartografia e orientamento (con e senza bussola)

– sentieristica, questa sconosciuta: come usare le App e quando farne a meno.

L’ultima lezione sarà strutturata come una prova di orientamento per mettere in pratica le competenze acquisite durante la 1° e la 2° lezione.

Perchè Disconnessi?

Perchè per noi Wild non significa “selvaggio” in senso stretto, associato spesso al concetto di “privo di tutto” (dai comfort alla presenza umana) quasi al limite della sopravvivenza.

Per noi wild vuol dire connettersi con la natura. Non è solo fare le cose nella natura, ma imparare a stare in natura, con consapevolezza e presenza; la natura non è un bene da consumare ma un dono da vivere e preservare.

Perchè smetteremo di usare App e cellulari, utilizzeremo una vecchia macchina a rullino per immortalare le nostre avventure, ma soprattutto cercheremo di ri-approprierci della capacità di guardare il mondo con occhi diversi (che tutti abbiamo, ma che abbiamo dimenticato). Ci disconnetteremo dal mondo del “fare le cose in natura” per connetterci a quello dello “stare in natura”, riscoprendo ritmi, tempi, spazi, consapevolezza e abilità che molti di voi non sanno nemmeno di avere.

Disconnettersi dalla frenesia tecnologica in cui viviamo fa parte del nostro concetto di Wild: non significa “selvaggio” in senso stretto, associato spesso al concetto di “privo di tutto” dai comfort alla presenza umana, quasi al limite della sopravvivenza, ma vuol dire connettersi con la natura.

Se sei interessato a diventare un escursionista consapevole (e analogico), scopri le date in calendario.

Giorgia – Wild Trek Team

Foto: © Wild Trek – Avventure in cammino